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Vivere è la cosa più rara al mondo.
La maggior parte della gente esiste, e nulla più. (Oscar Wilde)
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Aurelio Galleppini ~ ‘Tex Willer e i suoi pards’

venerdì 27 marzo 2009

Depeche Mode ‘Sounds of the Universe’, la recensione in anteprima

Riparte dalle origini il viaggio dei Depeche Mode. ‘Sounds of the Universe’, in uscita il prossimo 20 aprile, si aggrappa alle radici blues di Bukka White e al primo amore: la musica elettronica di sintetizzatori analogici e drum machines. Non manca l’occhiolino all’anima pop. Ma nel complesso stavolta è marginale. Chi si aspetta un album orecchiabile sarà deluso. Non così chi preferisce ascoltare in profondità. Per chi ama scrutare le pieghe creative che stanno dentro un disco di lavoro qui ce n’è parecchio. In questo senso non siamo certo ai livelli di ‘Songs of faith and devotion’, ma rispetto ai cd precedenti si capisce che il progetto ha seguito un binario preciso. I testi sono notevoli. Le sonorità assolutamente vintage, ma quasi sempre arrangiate in maniera contemporanea da Ben Hillier e il suo staff. Nel complesso mi sarei aspettato di più. Ma io ho la fama di essere incontentabile. Questa, nel dettaglio, la mia personale recensione traccia dopo traccia.

01. In Chains (6.46): Ottanta secondi di suoni analogici anni 70-80, sintetizzatori, sequencers. Se il supporto fosse anonimo si potrebbe pensare di essere al cospetto di un lavoro di Kraftwerk o DAF. La certezza che si tratti dei DM la si ottiene con l’ingresso dell’inconfondibile voce di Dave Gahan vestito da bluesman. L’esordio spiega già quasi tutto. ‘Sounds of the Universe’ non è cibo facilmente masticabile per chi ama il lato pop dei Depeche. A tratti è persino esercizio sperimentale. Come quelli tanto cari all’insostituibile Alan Wilder, il cui valore aggiunto manca dal ‘95.

02. Hole to Feed (3.56): E’ il primo dei tre brani firmati da Gahan in collaborazione Christian Eigner (batterista ‘roadie’ della band) e Andrew Phillpott. L’impronta è minimalista e se fosse stato incluso in ‘Hourglass’, disco solista del frontman pubblicato due anni fa, sarebbe passato nel dimenticatoio. Qui probabilmente sopravviverà più a lungo. Più per l’etichetta che per la sostanza.

03. Wrong (3.12): Primo singolo che merita giudizi assai lusinghieri. Dave insieme al controcanto di Martin rappresenta un binomio quasi sempre vincente nel repertorio della band. ‘Wrong’ non fa eccezione. Merito anche del lavoro di Ben Hillier che da dietro la sound desk qui è pressochè impeccabile.

04. Fragile Tension (4.08): La costruzione sonora somiglia parzialmente a quella di ‘Lilian’, brano incluso in ‘Playing the Angel’. Ma d’altronde il team che ha prodotto i due lavori è identico e qualche ripetizione era prevedibile. Chitarra di Gore in primo piano.

05. Little Soul (3.32): Classica ballata alla Depeche avvolta da un tessuto sonoro morbido e da un sottile accompagnamento di chitarra.

06. In Sympathy (4.54): Della serie “si può fare di più”. Difficile immaginare che dietro questa canzone vi siano state insonni notti meditative e litri di sudore versati. Nulla di memorabile. Proprio per questo non è da escludere che venga scelta come futuro singolo.

07. Peace (4.28): Il duetto fra Dave e Martin produce uno splendido inno new wave con citazioni Beatlesiane (accenno della melodia di ‘Across the Universe’). ‘Peace’ è uno dei capitoli più riusciti dell’album. Senza dubbio di grande impatto anche quando verrà proposta dal vivo. Bellissima.

08. Come Back (4.03): Il più riuscito ed ipnotico dei contributi di Gahan a quest’opera.

09. Spacewalker (1.52): Consueto intermezzo strumentale. Questa volta dall’aria retrò.

10. Perfect (4.35): Meglio il testo che l’arrangiamento. Cresce con il passare dei secondi anche se in fondo lascia un senso di incompiutezza.

11. Miles Away/The Truth Is (4.13): Terza e ultima canzone scritta da Dave Gahan. Dà la sensazione di voler catturare l'ascoltatore con un’anima blues che ripete all’infinito se stessa. Il difetto è che non sempre i propositi vengono seguiti dai fatti e il risultato resta parzialmente incompiuto.

12. Jezebel (4.43): Composta e cantata da un Martin Gore in gran spolvero. Melodica e lenta quanto basta.

13. Corrupt (5.03): "I could corrupt you / it would be easy / Watching you suffer / girl, it would be easy", inizia così il capitolo finale dell’album. Un Gahan in versione crooner è anche un buon modo per accomiatarsi. Spunto ideale per riflettere sulle cose perse lungo il cammino di un lavoro atteso per quattro lunghi anni.

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