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Vivere è la cosa più rara al mondo.
La maggior parte della gente esiste, e nulla più. (Oscar Wilde)
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Aurelio Galleppini ~ ‘Tex Willer e i suoi pards’

martedì 21 ottobre 2008

Cure, recensione in anteprima di '4:13 Dream'

La cosa più bella di ‘4:13 Dream’ è scoprire che alla fine, nonostante le mille traversie che ne hanno reso possibile l'uscita, i Cure riescono ancora ad evitare l’autocelebrazione tipica dei molti miliardari imbolsiti che popolano le classifiche mondiali. In origine questo 13° lavoro in studio sarebbe dovuto essere un doppio album, tra l’altro pubblicato almeno un anno fa. Sugli scaffali arriverà solo venerdì prossimo, dimezzato più da logiche di mercato che da scelte artistiche. Non so se i 13 brani che compongono questo lavoro - insieme ai 4 proposti a corredo dei singoli - siano il meglio dei 33 realizzati per l’occasione. Robert Smith ha definito questa raccolta come “la parte meno intimista delle registrazioni”, cogliendo l’occasione per annunciare sibillinamente la futura pubblicazione di un secondo disco contenente il materiale escluso e caratterizzato da atmosfere dark. Sulla questione, vera o presunta, resto devotamente in attesa. Nel frattempo, dopo la chiaroscura versione live proposta a Roma lo scorso 11 ottobre, l’ascolto di ‘4:13 Dream’ lascia un’impressione positiva. Così come positivo è il lavoro di produzione e gestione dei suoni da parte di Keith Uddin che, insieme a Smith, si è occupato della definizione dell’album. Ecco, brano per brano, il mio pensiero su quest’ultimo lavoro.

01. UNDERNEATH THE STARS (6:17)
L’anteprima offerta negli ultimi concerti è stata una lieta sorpresa, la versione in studio è persino migliore. Bellissimo modo di alzare il sipario su un album tanto atteso. Era dai tempi dell’inarrivabile ‘Plainsong’ (‘Disintegration’, 1989) che un disco dei Cure non si presentava in maniera così avvolgente.

02. THE ONLY ONE (3:57)

Primo singolo gettato in pasto ai fans più affamati lo scorso maggio. Rappresenta il lato leggero dei Cure. Magari interrompere in questa maniera i sogni suscitati dal brano d’introduzione è un po’ maleducato, ciò non ne sminuisce la qualità. Scoprire le differenze con la versione ‘Mix 13’ è esercizio più difficile che individuare i capelli bianchi sulla testa di mr. Smith. Ma va bene lo stesso.

03. THE REASONS WHY (4:35)

Comincia con una linea di chitarra e migliora in crescendo, soprattutto per merito del basso di Simon Gallup che, come al solito, quando inizia non lo fermi più. La vera forza di questa creazione è l’arrangiamento, basato su un refrain sorretto da uno controcanto strategicamente inappuntabile.

04. FREAKSHOW (2:30)

La prima volta che l’ho sentita (concerto di Milano dello scorso 2 marzo) avevo apprezzato il fatto che era finita in fretta. La seconda volta (in occasione della pubblicazione come singolo) mi aveva ricordato in maniera eccessiva alcune b-sides di metà anni Ottanta. La terza volta (oggi) mi è persino piaciuta. Se vado avanti di questo passo il prossimo anno l’avrò imparata a memoria… Non è il mio Robert Smith preferito ma, sotto l’aspetto burlesque, qui è possibile trovarlo al massimo della sua espressione.

05. SIRENSONG (2:22)

Colpo di fulmine! Lo è stato da quando le prime note sono echeggiate da piazza San Giovanni ai padiglioni auricolari di tutti i fans sparpagliati in giro per il globo. Qui, come nel brano d’apertura, Porl, Simon e Jason smettono di fare la tribute band di Robert Smith e tornano ad essere i Cure. Il risultato è eccellente. Con la Gibson lap steel guitar di mr. Thompson ad accompagnare per mano una delle più belle gemme che la band abbia prodotto nell’ultimo decennio. Liriche comprese.

06. THE REAL SNOW WHITE (4:43)

Prendete la passione per i Kinks, il rock anni Settanta e lo spiritello di Marc Bolan a danzarvi attorno spargendo qua è là petali glam come solo lui sapeva fare. Il risultato è questa canzone che migliora di ascolto in ascolto. Della serie: come fare cose orecchiabili ma non banali.

07. THE HUNGRY GHOST (4:29)

Un tappeto di chitarre ad ammorbidire l’impatto di uno dei testi più profondi dell’album. Chorus e sonorità bilanciate in maniera coerente. La mia personalissima sensazione è che stavolta l'eccessiva ricerca della perfezione faccia pagare dazio alla spontaneità. Forse è per questo che al momento non è tra le mie preferite.

08. SWITCH (3:44)
Pochi secondi e sembra di vedere le mani fatate di Porl Thompson assumere le sembianze di quelle appartenute a sua maestà Jimi Hendrix. Nessuna pausa, solo gran ritmo e idee che si inseguono l’un l’altra a formare un vortice sonoro che non lascia scampo alla preda.

09. THE PERFECT BOY (3:21)

A differenza di molti non la ritengo un capolavoro. Se non altro perchè a mio parere il testo è molto migliore rispetto alla parte musicale. Magari però dipende dal fatto che io sono (quasi) sempre incontentabile. Anche questa versione non differisce in maniera particolare da quella “vestita” da singolo.

10. THIS. HERE AND NOW. WITH YOU (4:05)

A condurre le danze è l'onnipresente basso di Simon Gallup. Chitarre a ricamarci attorno e la voce di Robert Smith ad arrampicarsi in cielo per poi scendere e risalire velocemente in una delle sue esecuzioni più riuscite.

11. SLEEP WHEN I’M DEAD (3:51)

Versione decisamente più coinvolgente rispetto a quella utilizzata come quarto e ultimo singolo. Inizio molto ambient e ideale preambolo agli ultimi due incredibili capitoli dell’opera.

12. THE SCREAM (4:35)

Alzate calici e volume! Anche gli scettici sono serviti. I Cure sono ancora una delle più grandi rock band del pianeta. Se usando la macchina del tempo questo brano fosse finito su ‘The Top’ dell’84 adesso lo ricorderemo come un classico. Meglio che sia andata così. Averlo oggi ci serve a confermare che siamo di fronte a un lavoro in cui l’arte e la passione hanno avuto la meglio sui calcoli. Splendido anche dal vivo.

13. IT’S OVER (4:16)

Era dai tempi di 'End', tratto dall'ottimo 'Wish' (annata '92), che un disco dei Cure non si chiudeva con tale energia. Rodata una decina di volte nel tour americano con il titolo provvisorio di ‘Baby Rag Dog Book’, qui ci si trova di fronte alla realizzazione dell’impossibile: clonare la stessa intensità della sua esecuzione dal vivo che, nel concerto-presentazione di Roma, ha avuto il suo climax. Tutti sono al massimo delle loro potenzialità e del loro talento. Accomiatarsi così è il modo migliore per lasciare spalancata la porta sul futuro di una band che evidentemente ha ancora molto da dare ai fans ma, soprattutto, a se stessa.

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