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Vivere è la cosa più rara al mondo.
La maggior parte della gente esiste, e nulla più. (Oscar Wilde)
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Aurelio Galleppini ~ ‘Tex Willer e i suoi pards’

lunedì 20 aprile 2009

Dal film all’emozione: (ri)scoprire Ian Curtis e i Joy Division

Percorso inverso. I Joy Division li puoi scoprire anche così. Merito dello splendido 'Control', film biografico diretto da Anton Corbijn nel 2007, dell’eccezionale documentario omonimo realizzato da Grant Gee e, ovviamente, dei toccanti lavori realizzati dal povero Ian Curtis: ‘Unknown Pleasures’ (1979) e ‘Closer’ (1980). Dedicare qualche ora a questa piccola maratona introspettiva sulla band di Manchester - e sul loro indimenticabile leader - è più che consigliabile. Gli animi sensibili la finiranno con il cuore in gola e qualche lacrimuccia a solcare il viso, ma ne vale assolutamente la pena. Soprattutto se i Joy Division e Ian Curtis li avete solo sentiti nominare o (peggio ancora) neppure quello.

‘Control’ è il primo lungometraggio di Anton Corbijn, fotografo, scenografo e regista olandese assolutamente unico nel panorama mondiale. Cura l’immagine di molte bands, non ultime U2 e Depeche Mode. Si è posto in evidenza realizzando foto e video musicali diventate autentiche icone. Il film segue la traccia della biografia che Deborah, la moglie di Ian, ha scritto alcuni anni fa in memoria del marito. Si tratta di un’opera delicatamente toccante. Senza edulcorazioni e inutili morbosità. Girata a colori ma poi trasferita in un bianco e nero che sfocia in un tumultuoso mare di sfumature. Proprio come la vita del protagonista, affetto da epilessia e morto suicida a 23 anni. Sam Riley, interprete di Ian Curtis, offre una delle migliori reincarnazioni di una celebrità riportata in vita al cinema. Come per le più belle cose il circuito distributivo italiano si è distinto per non aver proiettato ‘Control’ nelle sale nazionali. Meglio così. L’idea di vederne la locandina sbattuta in qualche cineplex, confusa tra quelle di commediole insulse e horrors per teenagers frustrati, mi avrebbe fatto un effetto peggiore. In fondo la miglior cornice per un’opera d’arte cinematografica sta nelle emozioni di chi sa apprezzarla, no? Oh, mi stavo dimenticando: fra i produttori del film vi è anche Martin Lee Gore dei Depeche Mode. Ultimo consiglio: l’ideale è vederlo in inglese ed, eventualmente, con i sottotitoli.

‘Joy Division’ è invece il titolo del documentario di Grant Gee realizzato nel 2007. Il regista, già autore di ‘Meeting People Is Easy’ dedicato ai Radiohead, e di lavori per Oasis, Blur e Badly Drawn Boy, intarsia un interessantissimo mosaico sulla nascita e la parabola della band di Manchester. Interviste a tutti i protagonisti artefici del mito (eccezion fatta per Deborah Curtis), filmati inediti e registrazioni audio ritrovate recentemente su cassetta. Sono incluse interviste a Tony Wilson, boss della Factory Records scomparso nel 2007, e ad Annik Honoré, la giornalista belga che ha avuto una relazione con Ian Curtis. Ritmi serrati e momenti di una profondità talvolta disarmante. Nel suo genere è un prodotto che brilla per stile e autorevolezza.

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